18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


21 giugno 2006

I Negramaro: l'intervista


Una lunga giornata di sole e tanta strada ancora da percorrere in macchina, alla volta dell’ennesimo impegno lavorativo. I chilometri sono molti, sia quelli alle spalle che quelli che li aspettano, come gli impegni del resto.
Di chi sto parlando? Della band italiana erroneamente definita “del momento” già un paio di anni fa: sei ragazzi pugliesi di Copertino, «convogliati in un unico progetto», i Negramaro.
Dall’esordio al Festival di San Remo nel 2005 -che ha premiato la loro Mentre tutto scorre con il Premio della Critica- ad oggi, ne hanno fatta di strada Giuliano, Danilo, Emanuele, Andrea, Ermanno ed Andrea.
Oltre ai numerosi premi -Nastro d’Argento nel 2006 come miglior canzone per Mentre tutto scorre, Premio SIAE all’edizione di San Remo di quest’anno- diverse sono state anche le collaborazioni con importanti artisti, come Andrea Bocelli, Paolo Fresu, Elio e le Storie Tese, Negrita.
Li incontro telefonicamente, proprio mentre si stanno recando ad Imola per l’Heinken Jammin Festival, palco sul quale dovranno cantare prima dei Depeche Mode.
Parlo con Danilo Tasco, batterista del gruppo, sul palco dell’edizione di quest’anno del Festivalbar insieme a Jovanotti per una rivisitazione rock del brano Falla girare, inserita nell’ultimo album di Lorenzo.
I Negramaro nascono nel 2000 e tu hai 25 anni, giovanissimo, come del resto anche gli altri componenti del gruppo. Non vi impressiona essere arrivati al successo così giovani, quasi quando si iniziano a fare i sogni sul proprio lavoro futuro?
Certamente la cosa è impressionante se si nota solo la rapidità con cui tutto ciò è successo. Nel corso degli anni c’è stata la consapevolezza di ciò che ci stava accadendo, ma anche la possibilità di vivere serenamente e con la massima libertà la nostra espressione. Tutto è avvenuto nella più normale quotidianità, sebbene a lungo andare “quotidianità” significhi anche ciò che non si decide autonomamente ti debba stare intorno.
Il fatto di aver vissuto tutto in una maniera così serena ci ha anche permesso di restare estremamente lucidi, qualità necessaria davanti agli impegni che ci siamo trovati ad affrontare e davanti al nostro pubblico, che è cresciuto davvero in maniera straordinaria (basta guardare il nostro funclub…uno specchio della società attuale!).
Ad un certo punto avevamo davanti un bivio: da una parte il farci schiacciare da tutta questa grandezza, dall’altra canalizzare lucidamente il nostro lavoro. Abbiamo scelto questa seconda ipotesi, perché siamo fermamente convinti di voler portare sempre più avanti il nostro progetto, mantenendo fermo l’equilibrio.
È fantastico quello che ci sta succedendo e cerchiamo di fare la nostra strada secondo quello che ci sentiamo di fare; siamo arrivati a fare questo, una cosa che per noi è importante, e abbiamo voglia di farla, senza precluderci nulla.
A proposito di portare avanti il vostro progetto, è da poco uscita la versione in spagnolo di Nuvole e Lenzuola. Vi volete aprire al mercato europeo -come del resto molti degli artisti della vostra etichetta, la Sugar- e conquistare tutto anche lì?
Di base c’è che ci divertiamo a tradurre le canzoni in altre lingue, è un gioco per noi, utile anche ad evitare di restare vittime del nostro lavoro e dimenticare il divertimento di farlo.
Sicuramente, poi, c’è anche la volontà di uscire dall’Italia, abbiamo voglia di mondo…e se vinciamo qualche cosa anche lì meglio!
Come mai una versione in spagnolo di questo singolo e non in inglese, dato che la vostra musica si ispira di più al pop-rock anglosassone?
Lo spagnolo per diversi motivi; innanzitutto, in quanto gruppo autoriale amiamo tutto ciò che evidenzia questo genere di canzone; lo spagnolo, indubbiamente, lo fa. Secondo poi lo spagnolo ha sottolineato la passionalità della musica dei Negramaro..credo che in inglese sarebbe risultato tutto, invece, un po’ più appiattito.
Senza sottovalutare il fatto che, al di là di questo aspetto “caliente”, lo spagnolo è la seconda lingua più parlata al mondo..
Hai appena definito i Negramaro come un gruppo autoriale; il vostro stile ed il vostro sound come li definiresti?
Dovessi racchiudere tutto in una parola ti direi rock d’autore con una matrice particolare. Il rock è un vestito che si va a dare ad una canzone che può funzionare anche semplicemente con chitarra e voce o con un pianoforte ed una voce. Basta avere questi due e si ha il rock, cu, sei si aggiunge la canzone d’autore, si ha il sound della nostra band.
I vostri testi sono “complessi”, sicuramente non da “canzonetta leggera”, nonostante il ritmo della vostra musica, tuttavia, permetta una facile memorizzazione e sia estremamente piacevole. Una scelta voluta questa differenza netta tra sonorità e parole? Avete appositamente scelto in un secondo momento di combinare i testi un po’ più complessi di Giuliano con una musica più orecchiabile, proprio per far arrivare prima il vostro messaggio, oppure no?
No perché, innanzitutto, non vediamo questa dicotomia tra testo e musica. Inoltre, tutto quello che facciamo non lo facciamo mai nell’ambito di scelte, ma nella maniera più viscerale, più spontanea e naturale possibile. Viva la spontaneità! Senza contare che, se il risultato funziona perché gli ingredienti sono stati quelli giusti, nel momento in cui ci si siede a tavolino con gli stessi ingredienti in mano, sicuramente non si riuscirà ad ottenere risultati perchè si sarà tenuta a bada la libertà.
Per quanto riguarda i testi, invece, non credo siano così difficili; secondo me la loro magia sta nell’andare a toccare e a parlare di qualcosa di universale, mettendo però in luce le cose più spicciole.. perché quando vuoi arrivare a più persone, automaticamente c’è un testo semplice -che apparentemente può sembrare complicato e parallelamente vuoto, solo un suono di parole-, ma che poi fa subentrare la libertà per chi ascolta di metterci dentro ciò che ha di suo, facendo uscire ciò che la musica arriva a fare, dare cioè qualcosa in più a una persona, facendole notare quello che aveva dentro.
Per quanto riguarda invece il sound, il tutto non si poggia su delle scelte ben precise, non ci sono decisioni a monte; i Negramaro sono tutti diversi tra loro e le varie differenze convogliano tutte insieme.
Negramaro come un vino. Oltre all’omaggio al vostro luogo di “nascita” -una cantina di Copertino- e alla vostra terra, è anche un messaggio per i vostri fan? Come il vino, il vostro prodotto matura e diventa migliore?
Il nome è stato scelto partendo dal fatto che ci piaceva il suono della parola stessa; in un secondo momento si è aggiunto anche il rapportare le nostre origini salentine -che nella nostra musica sono assenti- volendo simbolicamente aggiungere qualcosa di noi.
Il parallelismo di cui parli tu, effettivamente, è una delle tante cose che la gente stessa può fare; esiste la libertà della propria interpretazione, per cui la tua potrebbe essere giusta e funzionare.
L’importante perché una cosa funzioni è che ognuno ci possa mettere ciò che vuole.
Al Galà del Festivalbar ti abbiamo visto suonare la batteria con Jovanotti per il brano Falla girare. Come è nata questa collaborazione?
La collaborazione con Lorenzo è nata per caso, come tutte le altre collaborazioni con altri amici. Con Lorenzo il primo ponte è stato creato quando abbiamo accompagnato Saturnino; poi, in occasione della festa di presentazione del dvd di Lorenzo a Milano, i nostri rapporti si sono rafforzati. Qui, come in tutte le altre collaborazioni, c’è stata la voglia di fare e di fare qualcosa di diverso, una nuova band per dare un nuovo taglio al progetto SoleLuna e alla canzone, un esperimento un po’ ibrido che, tra l’altro, ha funzionato tantissimo dato che ha avuto una grande e bella risposta.
Il collettivo SoleLuna è stato contaminato dalla presenza di individui così diversi tra loro, partendo dall’idea di una band speciale per quella occasione.
Ti sei sentito più turnista o più parte del gruppo suonando con Jovanotti?
Parte del gruppo sicuramente. Come ti dicevo prima, c’è stata la voglia di creare qualcosa di speciale, in cui ognuno apportasse la propria individualità e specialità all’interno di un progetto diverso. Ed abbiamo fatto un gruppo, inteso come più persone accomunate dalla stessa idea.
Il tuo playning è cambiato rispetto alla canzone con Jovanotti? Hai dovuto cambiare set tra le due situazioni sia per le dimensioni dei tamburi che dei piatti? Se si quale?
Fermo restando che il mio loop è decisamente rock e che la canzone stessa è rimasta con questo tipo di taglio, il mio set, già normalmente ridotto al minimo, è stato ulteriormente diminuito, per cui ho suonato solo con piatti e tamburi.
Tra la fine di giugno e i primi di agosto avete ancora altre date in concerto, tra cui quella del 29 luglio a Roma all’interno della manifestazione Luglio suona bene all’Auditorium Parco della Musica. E’ previsto anche un tour autunnale o vi dedicherete alla composizione?
Non è un tour questo che stiamo facendo e che termineremo, appunto, ad agosto; è più un ultimo giro di saluti, per poi, in effetti, fermarci in autunno per comporre qualcosa di nuovo.
Quale credi sia il “segreto Negramaro”, quello della loro forza così dilagante?
A saperlo!Hai un’altra domanda???

Tra le molte attività della band -o ad essa collegate-, inoltre, Lu Forum, il nuovo sito creato dal loro fanclub, da pochi giorni online. Suo obiettivo è riunire l’energia dei fan, convogliandola verso il sociale. Ad esempio sostenendo i Negramaro nell’importante progetto 6 Villaggi per il 2006, promosso da Sos Villaggi dei Bambini, un’organizzazione internazionale di assistenza e cura dell’infanzia, impegnata nella costruzione di sei villaggi di accoglienza in Brasile, Messico, Nigeria, Sudafrica, Vietnam ed Ucraina. Per tutti i loro fan, infatti, basterà acquistare su eBay gadgets ed altri oggetti da loro autografati, contribuendo così economicamente al fondo per la costruzione dei villaggi.
È inoltre possibile farsi sostenitori di questa campagna donando 1 euro via sms solidale tramite invio al numero 48583 da rete mobile TIM, Vodafone Italia, Wind, 3 Italia, oppure donando 2 euro con una chiamata da rete fissa Telecom Italia allo stesso numero.
Per ulteriori informazioni, www.negramaro.net
-Pezzo uscito a giugno 2006 su www.lineamusica.it-

20 giugno 2006

Intervista a Sergio Sivori



Sono circa le 18 quando busso alla porta di un piccolo teatro nel quartiere di Monteverde di Roma. Mi viene ad aprire Sergio Sivori, che tramite un amico (che ringrazio ancora tanto!), ho avuto la possibilità di incontrare per parlare di alcune iniziative interessanti portate avanti dall’Associazione Claudio Gora, fondata circa 9 anni fa da lui, Cristina Giordana, Luciano Faraone e Paola Montecchiani. All’interno del teatro si sente l’odore del nuovo, ma nel contempo si respira la magia di uno di quei locali antichi, in cui il legno trasuda gli odori dei personaggi che vi hanno vissuto e respirato per lungo tempo. Eppure, il Laboratoriumteatro ha una vita davvero breve; è stato, infatti, inaugurato agli inizi dello scorso dicembre, proprio per volontà dei soci fondatori dell’associazione dedicata al grande attore e regista scomparso nel 1998.
Dopo una visita al teatro, Sivori mi fa accomodare in quella che diventerà per le successive due ore la sede della nostra chiacchierata, una stanza proprio di fronte un vasto spazio rettangolare, all’interno della quale sono stati inseriti anche i camerini. È la sala training. Immancabile, pertanto, la sua spiegazione sull’utilità di questo spazio, nel rispetto dei dettami generali alla base dell’Associazione stessa, intitolata a Claudio Gora «per una questione di affetto nei confronti di un certo tipo di teatro, di un certo tipo di cinema, sebbene sostanzialmente, tuttavia, sia stato lui l’ispiratore di questo gruppo». L’Associazione, mi spiega infatti, «persegue degli obiettivi ormai poco ravvisabili, in disuso, che sono quelli di rimettere in discussione il processo di training quotidiano per arrivare poi anche al discorso performativo, in grado di emanare segnali sperimentali verso l’esterno». Tuttavia, Sivori ci tiene a precisare che quello che a loro interessa di più è «creare un gruppo più vasto di quello che attualmente è, con degli attori che sono in grado di, in un certo senso, uscire fuori dalla quotidianità, attraverso un mutamento del corpo, un segnale preciso di un’arte che si differenzia dal quotidiano. Pertanto -prosegue- abbiamo messo in moto un meccanismo molto rigido, scelto, pedagogico, perché chi partecipa sono quelle “persone di altro tipo”, e questo, ovviamente, ci permette di fare una selezione, al fine di individuare delle persone adatte allo scopo, il che non vuol dire che tutto parta da un dato fondamentalmente di “predisposizione”, ma piuttosto dall’individuazione di coloro che sembrano essere più malleabili verso un processo evolutivo». Scopo principale dell’Associazione, infatti, è portare avanti una realtà «che può essere orgogliosa di dirsi di ricerca, perché -come continua a spiegarmi Sivori- la ricerca non è un modulo performativo, è il campo dell’indagine dell’attore; è, quindi, una cosa segreta, in cui l’attore fa delle cose che non sono visibili all’esterno. Ciò che è visibile all’esterno è il campo della sperimentazione, cioè la messa sotto forma di rappresentazione della sperimentazione frutto della ricerca, per poter, così, provare e verificare se quello a cui lavoriamo ha effettivamente un risultato, corrisponde a quello che ci siamo prefissi». Inevitabilmente, questo è un processo lunghissimo, cui ci si deve dedicare anima e corpo, che richiede un’enorme disponibilità, «un’abnegazione verso un sistema di cose che non fa riferimento al modo convenzionale».
Se, infatti, spesso in teatro si assiste alla riunione di un gruppo di attori, all’assegnazione dei ruoli e alle prove dello spettacolo prescelto per esser rappresentato (e che il più delle volte, poi, sono limitate ad un periodo non lunghissimo), per Sivori tutto ciò riesce a raggiungere il solo scopo performativo, quello cioè di mettere in scena, ognuno con il proprio ruolo, un detto spettacolo. L’Associazione Claudio Gora, invece, parte da un’angolazione diversa, quella che vede al centro l’attore, che, una volta scelto l’autore a lui più consono, deve «ricreare una drammaturgia partendo dalla propria arte, e non dall’arte del drammaturgo».
Il che pone, ovviamente, anche delle difficoltà oggettive, perché l’attore «non si può più esprimere come nella vita» e, quindi, creare anche una sensazione al pubblico di assistere a un qualcosa di immediatamente identificabile. Cura dell’attore deve essere, invece, riuscire a mettere in contatto il pubblico e mettersi in contatto col pubblico, invitandolo a condividere non solo l’evento performativo, ma anche una propria partecipazione emotiva; «il pubblico deve esser messo in condizione di rispondere all’attore e di associare all’evento determinate cose che fondamentalmente non c’entrano con l’evento».
L’immaginario soggettivo che si ripercuote su quello collettivo; la memoria collettiva che interagisce con la memoria soggettiva. Se, infatti, la memoria collettiva è attivata dal dato principe che è lo spettacolo, quella soggettiva verte in maniera profonda su ciò che rimanda ad altro e che, quindi, non è visibile. Tutto ciò, pertanto, dipende dall’invito che l’attore presenta al pubblico, invito così risultante solo dopo un lungo lavoro sulla propria arte e sul proprio ruolo di attore. Tale lavoro costituisce proprio il training, non pensato per migliorare le prestazioni dell’attore nel senso qualitativo, ma piuttosto come mezzo «per arrestare l’invecchiamento dell’attore, per superare quegli ostacoli ai quali l’attore è soggetto e con cui fa i conti continuamente». Riuscendo a superare le problematiche relative alla postura piuttosto che alla gestualità o all’impostazione della voce, l’attore che fa su di sé un lavoro di training «si trova quasi in uno stato di trance», dettato dal superamento di tali problematiche grazie alla conoscenza dei principi che ne stanno a monte e che non necessariamente conducono ad una medesima forma espressiva.
Il teatro kabuki, quello balinese e quello katakali ne sono la conferma, del resto. Puntualizza, però, Sivori che, purtroppo, da occidentali vediamo questo tipo di teatro come «qualcosa di folkloristico» e non come «espressione di una grande forma d’arte»; fondamentalmente, infatti, il teatro, per l’immaginario collettivo è una struttura, un edificio, per cui ne riconosciamo l’esistenza se vediamo l’edificio “teatro”. Invece il teatro esiste in quanto esiste, è in noi. «Allo stesso modo, alla parola tradizione viene associata l’aggettivo “antiquata”; tradizionale è, invece, che la ricerca è fortemente ancorata alla tradizione. Il teatro moderno non è ancorato alla tradizione, perché ne disconosce i principi, e laddove lo fa o pretende di farlo, si ribella a livello formale, e quindi nasce, come ad esempio negli anni Sessanta o Settanta, l’avanguardia, che è un discorso performativo-politico».
La ricerca, invece, non è questo; «la ricerca è un campo di indagine unicamente legato alla figura dell’attore». Tuttavia, questa parola viene comunemente legata a qualcosa di enigmatico, che va a giustificare l’incomprensibilità di una rappresentazione da parte dello spettatore; in realtà, spiega Sivori, non è così, dal momento che la «ricerca è un qualcosa che nasce con l’attore e muore con la morte fisica dell’attore, paragonabile alla ricerca di uno scienziato. Ciò che è visibile è il risultato finale, ma se si ha davanti davvero un ricercatore scientifico, non si può separare la sua figura con quella dello sperimentatore che è sempre in laboratorio, con camice bianco ed ampolle, il cui agire è finalizzato alla scoperta di un rimedio contro un morbo piuttosto che della posologia di una nuova medicina. La stessa cosa vale per l’attore che fa su di sé un lavoro di ricerca. È ovvio che il campo di ricerca dell’attore è un campo stranissimo, in cui l’attore è goffo, fa delle prove, ma prova a fare delle cose per giungere a un risultato che è intimo. E’ questa la ricerca: coltivare per andare avanti».
Per Sivori, inoltre, il teatro di ricerca ha un altro dato “benedetto”, ossia il morire con chi lo fa, il suo non essere tramandabile e non trasportabile in un’altra dimensione di ciò che è. Eugenio Barba dice: «L’eredità di noi stessi a noi stessi», cioè l’eredità di noi a noi stessi, non c’è un’eredità che si può trasmettere.
Tuttavia, il problema più in generale, secondo lui, è che «il teatro non ambisce all’opera d’arte»; non avendo questa ambizione -come la pittura, la scultura, la musica o la lirica-, «si traduce ad opera d’arte uno scritto, una realizzazione importante, che quell’autore ha creato», senza però poi porre attenzione allo spettacolo, alla performance, che, tuttavia, «necessita di collocarsi in qualche modo in quell’ambito per sublimare se stessa, per avere un senso». Oggi, però, il teatro non ha questo scopo, per cui viene minacciato dalla televisione o da altre cose; «se solo il teatro prendesse le distanze da tutto ciò avrebbe più chances».
Egli è, infatti, fermamente convinto che il teatro debba esser fatto da pazzi, «perché bisogna sempre avere la presunzione di fare un’opera d’arte, a prescindere da quello che ne uscirà fuori. È come se chi va a studiare presso un conservatorio di musica partisse dall’idea di voler fare il violinista di fila; inevitabilmente, non riuscirebbe a raggiungere il suo obiettivo». Del resto, è un dato di fatto che i virtuosi nella storia sono sempre pochi.
«Di conseguenza, se il teatro rincorre il cinema perde inevitabilmente, perché i mezzi del cinema sono diversi, la possibilità di saltare da uno spazio tempo a un altro -e sto parlando dell’elemento filmico-, il teatro non te la può dare, quindi esso deve ritornare a una dimensione di artigianato, dove ambisce all’opera d’arte proprio in quanto ha la possibilità di farlo».
Tuttavia, prosegue, «bisogna fare una scelta oggettiva; quando la pittura riproduceva la realtà -ed erano i grandi pittori che lo facevano, quelli con una tecnica, come Raffaello o Michelangelo-, essa era frutto del lavoro dei “fotografi” dell’epoca. Quando è nata la fotografia, la pittura non è morta ma si è liberata da questo, è nato Picasso, quando è nata la fotografia. Quando è nato il cinema, anche il teatro avrebbe dovuto liberarsi dalla riproduzione della realtà, ma nei fatti ha subito il tutto come un’aggressione, una minaccia, perché chi ha pensato che il primo fosse pericoloso per il secondo non l’ha realizzato prima che quest’ultimo soccombesse, ma dopo, tant’è vero che la televisione e il cinema hanno dovuto vivere del supporto degli attori di teatro, perché nessun altro sarebbe stato in grado di farlo. Il più del cinema e il più della televisione è stato fatto con gli attori di teatro. Dopodichè il cinema e la televisione hanno proseguito sulla strada del naturalismo che deve restituire quotidianità, in cui la gente vuole riconoscersi, mentre il teatro, invece di conservare e capire che il suo compito era finito in quell’arte -e che quindi avrebbe dovuto ritirarsi e continuare verso un’evoluzione lavorando sulla extra-quotidianità-, è rimasto ancorato al passato. Doveva rendersi conto che il teatro, la televisione e il cinema sono arti completamente diverse; il problema, infatti, nasce quando queste cose vogliono confluire e vogliono esprimersi. Sono strade completamente diverse, sulle quali non conviene mai fare paragoni perché sono delle cose differenti».
Al di là dei parallelismi con altre forme di spettacolo, il discorso ritorna sulla ricerca e su quanto e in che modo essa abbia contato nei tre spettacoli prodotti dall’Associazione Gora fino ad oggi, ossia in “L’ultimo giorno”, “Amen” ed “Elisabetta e Limone”.
Le scelte, aggiunge Sivori, sono state diverse tra loro nei confronti delle tematiche, però gli attori erano sempre «in una certa dimensione». Questi tre progetti sono stati da lui posti sotto l’egida dei "I teatri della crudeltà", da non confondere con il teatro della crudeltà. Tuttavia, a suo dire, in qualche modo i teatri della crudeltà hanno agito in un teatro della crudeltà, «perché l’attore è diventato quasi crudele verso se stesso nell’esporsi generosamente, trovando un meccanismo attraverso il quale è potuto arrivare ad un estremo», come, del resto, intendeva Artaud.
Il primo dei "Teatri della crudeltà" è stato il frutto della rivisitazione da parte di Sergio Sivori del testo di Victor Hugo (“L’ultimo giorno di un condannato a morte”), rivisitazione dettata dalla necessità di focalizzare l’attenzione sugli ultimi momenti di un condannato a morte -e al di là anche della tematica politica e sociale, sebbene essa fosse in ogni caso presente, dato che il progetto è stato patrocinato anche da Amnesty International e dall’associazione Nessuno tocchi Caino-. Non potendo sapere quali emozioni in effetti chi si trovi in quella condizione possa provare, Sivori era, a suo dire, «curioso di sapere come un attore può affrontare questo in una dimensione diversa, fatta di azioni fisiche e non di tracciati, come dire, ipotesi che partono da un suggerimento drammaturgico». E così è nato “L’ultimo giorno”.
È stata poi la volta di “Amen”, anch’esso ispirato da un racconto di Federico De Roberto e forse ancora più “crudele” del precedente; spiega, infatti, Sivori che in quest’opera la storia non ha fondamentalmente importanza, ma ha importanza piuttosto una serie di sensazioni che il pubblico può provare rispetto a quello che l’attore riesce ad associare. Pertanto, è in questo senso crudele, sia verso l’ attore che verso il pubblico, perché porta quest’ultimo ad essere esasperato dalla partecipazione, avendo sempre la sensazione di non essere al sicuro, con le proprie emozioni eternamente bloccate al culmine e la tensione derivante dal desiderio di farle giungere, finalmente, a una mèta precisa. «Era forte, emotivamente richiedeva di partecipare».
L’ultima opera dei "Teatri della crudeltà" è stata, invece, “Elisabetta e Limone” di Rodolfo Wilcock.
Attualmente Sivori sta lavorando, invece, ad un progetto ispirato a “Quartet” di Henri Muller. «È un progetto al quale tengo molto perché sono tanti anni che penso di fare questo lavoro; Muller rientra nei pochi che hanno saputo sintetizzare con la scrittura la sperimentazione e la ricerca. Ti lascia libero di fare quello che intendi fare. Anche in questo caso, la descrizione della storia non è quello che mi interessa, ma piuttosto lo è la modalità. È la modalità di decadenza dell’uomo, dove tutto è rarefatto, tutto diventa rocambolesco, terreno, in cui tutto questo si mescola come in un grande caos quasi biologico, dove tutto assume una forma che tende verso la morte fisica. Dovendo sublimare ciò che mi interessa, gli attori si trovano bloccati in una dimensione di mobilità nell’immobilità, che vorrei rendere proprio come nello spartito. E se io intervenissi, creerei delle dissonanze in termini di fruizioni, non permetterei di ascoltare questa musica. Ecco perchè in questo ci muoveremo molto lentamente; desidererei arrivare lì in quel modo, partendo da uno scritto che non intendiamo mutare».
Perché «se il teatro è un atto d’amore, deve essere libero come quello».
-Pezzo uscito il 09/11/06 su www.teatroviviani.it-

14 giugno 2006

Il notturno di Neffa



«Il silenzio rotondo della notte
sul pentagramma
dell'infinito.
Me ne vado nudo per la strada
carico di versi
perduti».




Sembra essere il protagonista di questa poesia di Gabriel Garcìa Lorca, Giovanni Pellino, in arte Neffa, nel suo ultimo lavoro, "Alla fine della notte", edito dalla BMG Sony ed uscito lo scorso 9 giugno.
«Alla fine della notte non è un concetto cupo, anzi, è il momento della giornata per eccellenza, quando tutto si è spento; è un momento durante il quale il confine tra la realtà e il sogno è veramente molto sottile, un momento che mi ha sempre molto affascinato, in cui c’è la sospensione del sole e della luna, gli attimi si dilatano e i sogni sembrano veramente vicini alla realtà quotidiana.
Poi, la città si ripopola e tutto ricomincia daccapo».
Spiega così Neffa il suo ritorno sulla scena musicale dopo tre anni di silenzio, anni nei quali ha fatto un po’ pace col mondo, risolvendo certi suoi aspetti personali e tornando con una serenità ed una calma, tipici, per l’appunto, della lucidità notturna.
Un album il cui riferimento letterario a "Le porte della percezione" di Aldous Huxley non è casuale.
«Questo album rappresenta un tentativo di lottare contro l’idea del nostro futurismo, del nostro stile di vita attuale. Sono nato negli anni dell’uomo sulla Luna e, crescendo negli anni Settanta, ricordo che le nostre previsioni sul futuro erano più sullo stile Giulio Verne, con invenzioni tecnologiche strabilianti, che ci avrebbero permesso di andare su altri pianeti.
Ora, invece, mi sembra che il futuro -e il futurismo soprattutto- si siano più spostati dal corpo alla nostra mente, che il futuro ci voglia entrare in testa e confonderla, farci diventare delle macchine. Ho cercato di stare dietro a questo mondo che ci vuole così, presenti e cattivi, però non ci sono riuscito. Credo che qualsiasi forma di pensiero sociale debba avere come fine ultimo la felicità, non l’essere adeguato in ogni circostanza, o l’essere sempre al passo coi tempi, creando, così, solo dei consumatori.
Voglio essere una persona, non sono un consumatore. Questo penso sia il metro di giudizio americano, che va bene per loro, che sono di un’altra cultura; per gli italiani, no, perchè sono altro. Purtroppo, invece, tendiamo a vivere la superficialità di questa vita moderna.. ed alla fine il tutto si ritorce molto nello stile di vita.
La musica adesso è più un gadget da patatine, non è più Arte. Purtroppo chi tratta l’Arte, invece, spesso ne parla in funzione del botteghino; nonostante gli italiani siano un popolo che ha già in sé il germe dell’Arte, sembra che adesso noi siamo la colonia di altri popoli, che la produzione artistica italiana venga trattata come un figlio minore.
Ed il tutto, poi, si riflette anche nella produzione dei cantanti italiani.
Ma per me non è così. Sono preoccupato dal nostro “futurismo”, ossia dalla nostra proiezione del futuro, più che dal futuro stesso. Questo disco nasce proprio con l’esigenza di comunicare l’utopia dell’umanesimo.
Siamo ancora persone libere, dopotutto, in grado di reagire non per stati d’animo indotti, e di vivere e scegliere senza percorsi obbligati».
Dodici canzoni nate per la maggior parte a Formentera costituiscono il suo notturno moderno; in pezzi come "Venere" , "Vieni appena vuoi" o "Tanta Luce", ha sperimentato sonorità gospel e soul, mentre "Il mondo nuovo", nonostante l’apparente orecchiabilità del suono, ha un testo complesso, motore della riflessione di questo album.
«Credo sia un pezzo particolare, che non necessariamente ti prende al primo ascolto -ho notato che ci sono persone che mi hanno fatto inizialmente un commento un po’ freddo e che poi dopo una settimana hanno alzato di molto il loro parere in senso positivo-.
Non ti nego, però, che credo sia il migliore pezzo che abbia mai fatto. E ci sono arrivato a 40 anni!».
Neffa resta e vuole restare ciò che è, senza compromessi con uno stile che non sente suo o con una commercializzazione della sua persona e della sua musica.
«Io -e non so bene quale sia il motivo principale- non sono disposto a fare delle cose che magari fanno altri; credo che il prodotto sia molto più importante del comportamento del cantante. Non mi piace questa "politica della musica"; trovo sia normale e giusto che un cantante sia ispirato, scriva il suo pezzo e lo metta su un cd, lasciando al pubblico, poi, la scelta e la possibilità di acquistarlo o meno.
Tuttavia, si tende sempre a mettere tutto in una scatola con l’etichetta; io stesso sono stato definito in molti modi (prima ero quello del rap scazzato, poi quello delle canzoni allegre ed ora sono quello che "non si capisce mai dove và"). Personalmente, ho una certa idiosincrasia per le etichette e faccio davvero fatica quando mi se ne affibbia una.
Dico solo che siamo in un paese in cui una hit negli anni 70 faceva 4 milioni di copie e adesso se ne fai 400 mila devi andare a piedi a Fatima! È palese che qualcosa non và. E quel qualcosa che non va non credo siano i cantanti, perché ce ne sono sempre state di diverse tipologie, ma ora si ha un netto spartiacque tra quelli che "fanno cultura" e quelli che "fanno marchetta". Perché non si può apprezzare semplicemente una forma d’arte? La maggior parte della musica italiana, ora, mi sembra veramente fatta con la riga e con la squadra. Ed io continuo a non voler essere un gadget da patatine.
Senza contare, poi, che per me la creatività è sofferenza, magari arriva un momento di particolarmente appagamento e la tua creatività un po’ ne risente. Ho sperimentato su di me che le cose migliori che ho fatto sono venute fuori dopo che ho sofferto come un cane. Così come mi è capitato di sentire delle cose che ho fatto in passato e di pensare che non erano un granché!
La mia creatività musicale l’ho sempre vissuta come una cosa un po’ particolare, cercando cioè di affinare la mia arte -o per lo meno di migliorare la mia canzone-, cercando allo stesso tempo di migliorare anche me.
Ho bisogno di emozione e di scrivere canzoni, non solo come artista ma anche come uomo.
Ed in questo senso "Il mondo nuovo" è stata una canzone che mi ha dato emozione. Dopo che ho fatto tre dischi come cantante e come rapper, e uno da batterista, non ti nego che questo album mi ha dato 20 secondi di orgoglio interiore!
La musica è fatta per stare dentro l’anima».
E l’ultimo lavoro di Neffa ne tocca sicuramente le corde.
-Pezzo uscito a giugno 2006 per www.lineamusica.it-