18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


31 ottobre 2007

Dalla magia alle note

Coppia di artisti d’eccezione per l’inaugurazione di Brasil Memorias, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di quartetto: Miucha ed il Trio Jobim apriranno il 5 novembre la rassegna con una serata omaggio a Tom Jobim, artista di fama internazionale e tra gli inventori della bossa nova.
Moglie di João Gilberto -mito della bossa nova oltre che personaggio eccentrico e particolare- Miucha ha curiosamente iniziato la sua carriera discografica molti anni dopo aver iniziato a fare la cantante di professione; solo nel 1975, infatti, ha interpretato un paio di brani nell’album “The Best of Two Worlds” di João Gilberto e Stan Getz, per poi incidere altri dischi e diventare, qualche anno più tardi, la partner artistica di Tom Jobim, che le affidava il compito di cantare la maggior parte delle sue nuove composizioni.
Rispettivamente figlio e nipote del grande maestro sono, invece, due dei tre componenti del Trio Jobim, integrato dalla presenza del noto batterista Paulo Braga (batterista anche di Jobim Senior). Nato con lo scopo di mantenere viva la memoria di uno dei più grandi compositori della musica brasiliana, il Trio Jobim ha quest’anno fatto una serie di concerti per inaugurare l’“Espaço Tom Jobim”, un teatro dedicato a Tom, che si trova nel bellissimo quartiere di Rio de Janeiro, il Jardim Botanico.
La serata che li vede protagonisti, immancabilmente, ripercorrerà la carriera di Tom Jobim, che con le sue splendide melodie quali “La ragazza di Ipanema” e “Chega de Saudade”, ha partecipato al movimento di rinnovamento culturale brasiliano del Novecento. Esponente di riguardo di questo movimento è anche il protagonista della seconda delle serate dedicate alla musica brasiliana: quella in onore di Vinicius de Moraes, del 19 novembre. Pseudonimo di Marcus Vinicius da Cruz de Melo Moraes, Vinicius è stato poeta, cantante e cantautore, oltre che musicista e diversi anni prima diplomatico; negli anni Sessanta ha intensificato la sua collaborazione artistica con Toquinho, definito il suo discepolo, pubblicando insieme a lui sedici album. E proprio Toquinho salirà sul palco del Sistina tra due settimane in onore del suo migliore amico scomparso nel 1979; Antonio Pecci Filho, nato a San Paolo il 6 luglio 1946, deve il suo soprannome al fatto che la madre, sin da piccolo, lo chiamava «mio Toquinho di gente» (Toquinho si legge come Tocchino), a cui si era affezionato al punto tale da decidere di non abbandonarlo nemmeno da adulto, ed anzi di sceglierlo come nome d’arte.
Senza nomi d’arte si presenta, infine, l’ultima artista della rassegna dedicata al Brasile, Elza Soares,
cresciuta nella favela di Agua Santa a Rio de Janeiro, madre a dodici anni e a diciotto prematuramente vedova.
Con una voce caratteristica delle estensioni e capacità dei neri, la Soares ha immediatamente dato alla sua samba una specificità ineguagliabile, abituata a cantare a ritmi sincopati come i sambisti locali, ma dotata di una voce non comune, che le ha conferito, nel 1973, il diploma di Ambasciatrice del Samba.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma il 31/10/2007-

29 ottobre 2007

Un Romeo e Giulietta da ridere

Ha registrato il tutto esaurito lo scorso fine settimana lo spettacolo in scena dallo scorso 16 ottobre al Teatro de’Servi: Romeo e Giulietta…paccavano eccome! di Mimmo Strati.
In scena fino all’11 novembre, questo primo spettacolo di Progetto Speciale Teatri -la manifestazione realizzata con il sostegno del Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali-, si presenta come una rivisitazione ironica ed attuale del più famoso dramma di William Shakespeare.
Non viene però toccata la trama dell’opera inglese, bensì “contestualizzata. In un istituto tecnico romano viene indetta l’autogestione e tra i ragazzi del collettivo si propone un corso di teatro per gli studenti. Viene così chiamato a tenere questo corso un giovane attore-insegnante, Leandro ( interpretato da Alberto Bognanni ), disoccupato da tempo ma ciononostante amante del suo mestiere e per questo assolutamente deciso a non farsi demoralizzare dal disinteresse generale con cui viene accolto a scuola.
Leandro sceglie il Romeo e Giulietta di Shakespeare quale testo da far rappresentare ai ragazzi, augurandosi di suscitare il loro interesse con questa commovente storia d’amore e guerra. Il caparbio Leandro, dunque, riesce nell’intento, coinvolgendo nel progetto anche una romantica professoressa -la Candaletti, interpretata da Ilaria Giorgino, voce della Biancaneve di Shrek- ed un bidello imbranato, il signor De Angelis, interpretato da Massimo Milazzo.
Con sei studenti (Vanessa/Siddhartha Prestinari, Roberta/Perla Liberatori, Giovanni/Stefano De Filippis, Max/Riccardo Avolio, Mirko/Paolo Vivio e Maria Alberta/Priscilla Giuliacci), si pone quindi fine all’apatia e alla goliardia dell’autogestione, dando vita al loro Romeo e Giulietta: il balconcino di Giulietta verrà allestito sopra a un banco di scuola, e il rinfresco della festa da ballo in casa Capuleti verrà riempito di Coca Cola e patatine. I personaggi della storia che prendono vita da questi attori improvvisati, ne acquisiscono anche i lati comici e teneri, generando una rivisitazione dei singoli personaggi attraverso il loro assorbimento da parte dei neo-attori.
Involontariamente, quindi, il giovane Leandro –finalmente soddisfatto e realizzato dalle fatiche del proprio lavoro- darà una lezione impagabile ai suoi ragazzi: la capacità di essere veri pur nella recitazione, facendo loro amare quanto fino a poco prima snobbavano solo perché non ne conoscevano l’essenza. Giocando al teatro, l’insegnante/attore Leandro regala ai suoi studenti l’allenamento all’impegno ed alla costanza, la capacità di lavorare insieme ad altre persone, riuscendo persino a far digerire, ed anzi amare, il più grande scrittore di teatro inglese. Il tutto, divertendosi e facendo divertire i suoi ragazzi, e, per riflesso, divertendo anche la platea.
Infine, per promuovere non solo lo spettacolo, ma anche la lettura di chi viene considerato “noioso” o “vecchio”, è stata portata avanti sin dall’inizio un’idea originale: presentandosi infatti al botteghino del teatro –ma solo di martedì e mercoledì- con un libro di Shakespeare, si ha diritto alla riduzione del biglietto per la platea e per la galleria.
Come a dire che, nella vita, siamo tutti studenti con qualcosa da imparare.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma il 29/10/2007-

21 ottobre 2007

Ay Amor

Amor, yo sé que quieres llevarte mi ilusión.
Amor, yo sé que puedes también llevarte mi alma.
Pero, ay amor, si te llevas mi alma,
llévate de mí
también el dolor,
lleva en tí todo mi desconsuelo
y también mi canción de sufrir.

Ay amor, si me dejas la vida,
déjame también
el alma sentir;
si sólo queda en mi dolor y vida,
ay amor, no me dejes vivir.


Ay amor, si me dejas la vida,
déjame también
el alma sentir;
si sólo queda en mi dolor y vida,
ay amor, no me dejes vivir.

19 ottobre 2007

Cocciante, lo Zeffirelli del musical: Giulietta e Romeo

Alle 21.30 si spengono le luci e un telo viene calato sul palco. Sul fondo si delinea pian piano l’immagine di una città, Verona, al chiarore della sera.
Entra un ragazzo, Mercuzio. Ed inizia la poesia nella poesia.
E’ l’incipit di Giulietta e Romeo di Riccardo Cocciante, che ha debuttato ieri sera al Gran Teatro, dove resterà fino al 4 novembre.
La poesia di Shakespeare si è in questo caso sposata con quella proveniente dal concetto di moderna rappresentazione artistica: due ore intense di spettacolo durante le quali non solo i bambini possono restare a bocca aperta.
Se i testi appositamente scritti da Pasquale Panella risultano a volte molto banali -specie nella scena in cui muore Giulietta-, le musiche di Cocciante fanno prevedere un successo eguagliabile a quello avuto da Notre Dame de Paris. Sebbene a volte ripetitive, infatti, le canzoni e le melodie si susseguono in modo incalzante, alternando suoni più melodici ad altri più duri, oltre che orecchiabili.
A rendere di certo splendido tutto il musical sono le voci dei cantanti. Per volontà di Cocciante, ogni protagonista ha imparato due ruoli per poter esser così quotidianamente intercambiabile durante la tournèe; il cast che ieri sera ha debuttato a Roma -in un teatro tutto esaurito- era composto da voci notevoli, sia per timbro che per estensione. Il Romeo interpretato dal diciassettenne Marco Vito ha addirittura fatto strabuzzare gli occhi sentendo gli acuti e le note tenute, complicate e di certo inaspettate da una voce così giovane; anche Benvolio, interpretato da Damiano Borgi, ha attirato su di sé le attenzioni della platea per il suo timbro caldo e profondo.
Gian Marco Schiaretti, invece, non solo è stato di una straordinaria bravura canora, ma ha anche dimostrato capacità e gestualità attoriali che lo hanno del tutto innalzato di una spanna rispetto ai suoi colleghi; specialmente nell’ultimo brano intonato prima di morire, Schiaretti/Mercuzio ha domato il palcoscenico come stesse facendo un one-man-show, lasciando letteralmente stupefatti gli spettatori per l’ennesima dimostrazione di bravura.
Altre due note di merito per Padre Lorenzo/Fabrizio Voghera -che per Cocciante aveva già ricoperto il ruolo di Quasimodo e di Frollo in Notre Dame de Paris- e per Silvia Querci, nutrice di Giulietta. Nei panni della bella innamorata, infine, Tania Tuccinardi, che, pur essendo brava, non poteva tuttavia competere con le straordinarietà vocali degli interpreti maschili.
Con la regia di Sergio Carruba, infine, le scenografie dinamiche di Daniele Spisa si sono rivelate funzionali alla dinamicità ed animazione delle scenografie tecniche e grafiche realizzate da Paola Ciucci, in grado di trasformare un telo ora in Verona, ora in una cripta, ora in un giardino, ora in una pioggia di petali di rosa cadenti dalle mani di putti danzanti.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 19/10/2007-

18 ottobre 2007

Romeo e Giulietta, anno 2000

"Verona l'amore, Giulietta l'amore, Romeo, Verona. Le pietre, l'aria, le persone e la città dal cielo scende l'aria e si fa respirare amore, vita, morte, questa è la città ma c'è nell'aria un odio che si può toccare". E' Mercuzio che intona l'incipit della storia d'amore proibito più famosa al mondo, Romeo e Giulietta di Shakespeare, nella versione riscritta dall'accoppiata vincente Riccardo Cocciante-Pasquale Panella.
Lo spettacolo, che ha debuttato lo scorso primo giugno a Verona (del resto, come non partire proprio da lì?), dopo oltre 100.000 spettatori in dieci repliche da domani approda al Gran Teatro di Roma, dove resterà fino al 4 novembre.

Dopo il successo mondiale di Notre Dame de Paris, applaudito da oltre quindici milioni di spettatori, Cocciante torna, affrontati oltre quattro anni di preparazione, con un'opera di per sè splendida e per questo più difficile da abbellire ancora e da attualizzare.
Volendo rendere questo dramma del Bardo maggiormente fruibile anche per un pubblico giovane -in genere difficilmente allettato dalle opere tradizionali-, Cocciante è rimasto fedele alla trama originale (salvo il finale, leggermente modificato), ma ha posto un particolare accento sull'antagonismo tra i Capuleti e Montecchi, parallelo riflesso degli attuali scontri tra band giovanili. Inoltre, spinto dalla volontà di rappresentare la verità dell'età adolescenziale (Giulietta ha infatti nell'opera inglese solo 14 anni) ha scelto per il cast 34 artisti giovanissimi, tra cui anche tre quindicenni; caratteristica originale di questo Romeo e Giulietta è l'intercambiabilità degli interpreti su più ruoli, per poter così garantire la presenza sul palco di tutto il cast durante ogni spettacolo ed assicurando, parallelamente, la massima qualità artistica derivante dal confronto costante.
Con la regia di Sergio Carruba, le luci di Pasquale Mari e la scenografia di Daniele Spisa, il Giulietta e Romeo di Cocciante-Panella vanta anche le coreografie di Narciso Medina Favier e i costumi del premio Oscar per L'età dell'innocenza di Scorsese (nel 1993), Gabriella Pescucci.
Dopo Roma, lo spettacolo proseguirà la tournèe in l'Italia, approdando anche a Milano -nel febbraio 2008- e a Torino -in primavera-.
Per espressa volontà degli autori, infine, un euro per ogni biglietto dello spettacolo venduto nel mondo nei prossimi dieci anni verrà devoluto all'Associazione Italiana Ricerca sul Cancro per la creazione ed il mantenimento di un'unità speciale di ricerca intitolata ai due più famosi e sfortunati innamorati del mondo.
Del resto, Romeo e Giulietta è un dramma della giovinezza, ma soprattutto del sogno con cui si cerca di sfuggire alla cruda realtà.

Gran Teatro
Viale di Tor di Quinto
Ore 21.00
Prezzi biglietti: 25-85 euro


-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 18/10/2007-

17 ottobre 2007

Bocca, ultimo tango

"Ogni cosa ha inevitabilmente un principio ed una fine e credo che, come sappiamo quando iniziare, sia meglio avere anche ben chiaro quando terminare. Non voglio smettere perché un giorno sulla scena scopro che le gambe non mi rispondono più. Non voglio fingere di danzare".
Con queste parole, due anni fa, il ballerino argentino Julio Bocca ha giustificato la sua decisione di abbandonare la scena della danza internazionale (che avverrà ufficialmente il 22 dicembre prossimo a Buenos Aires), avviando un saluto al pubblico che lo vede protagonista da allora sui maggiori palchi del mondo.
Il pubblico italiano potrà ammirare Julio Bocca da domani fino al 21 ottobre a Milano, presso il Teatro Smeraldo, e dal 23 al 28 ottobre al Teatro Sistina di Roma, dove sarà in scena con lo spettacolo Bocca Tango.
Accompagnato dal suo Ballet Argentino, Bocca ripropone con Bocca Tango uno spettacolo che ha debuttato, con successo di critica e pubblico, nel 2001 (restato in cartellone a Buenos Aires per due mesi, ha avuto più di 20.000 spettatori). Basato su un repertorio musicale affascinante (protagonista è il Tango -da Discepolo a Piazzolla-), suonato dal vivo da sei musicisti (Carlos Schiarreta, Leonardo Ferreyra, Franco Polimeni, German Martinez, Andres Serafini e Julian Vat) e due cantanti (Gisela Sara ed Esteban Riera) , i circa novanta minuti che lo compongono vedono, oltre a Bocca, anche altri cinque ballerini della sua compagnia (Victoria Balanza, Lucas Oliva, Benjamin Parada, Lucas Segovia e Oscar Escudero), che danzeranno le coreografie di Ana Maria Stekelman.
Con i costumi di Jorge Ferrari e la direzione musicale di Julian Vat, Bocca ripercorre attraverso le note di Discepolo, Carlos Gardel, Francisco Canaro ed Osvaldo Pugliese il Tango dalle origini, fino ad arrivare agli sperimentalismi di Astor Piazzolla e del pù recente Tango Nuevo; le coreogafie della Stekelman (nota per la sua arte in cui il Tango Argentino è fuso con la danza contemporanea), pertanto, perfettamente si prestano all'idea che sta a monte dello spettacolo e alla carriera in generale di quello che viene, a ragione, considerato come il più importante ballerino degli ultimi anni del Ventesimo secolo: l'evoluzione dei generi musicali e coreografici, insieme alla massima espressività e controllo del corpo.
"Nel balletto non si può, né si deve, separare la tecnica dall’interpretazione", ha affermato infatti Bocca. "Non è la stessa cosa interpretare il Principe della Bella Addormentata e Petruccio nella Bisbetica Domata. Ad aiutarti a elaborare il ruolo è innanzi tutto la coreografia"; insieme alla musica, conoscere la cornice entro la quale si sviluppa la storia, chi è il personaggio e quali emozioni prova è dunque, per Julio Bocca essenziale per evitare che tutto si limiti ad essere una successione di movimenti senza emozioni.
Esattamente con l'intento di emozionare il pubblico, Julio Bocca ha sempre condotto la sua carriera di danzatore; ed esattamente con la promessa di emozioni vuole salutare il suo affezionato pubblico.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 17/10/2007-

A quattro anni le prime piroette

Julio Bocca nasce il 6 marzo del 1967 a Munro, in provincia di Buenos Aires.
Inizia a ballare a quattro anni, con quei primi passi che la madre, Nancy Bocca, gli insegna nello studio che dirige.
Nel 1974 Bocca entra nella Scuola Nazionale di Danza di Buenos Aires e l'anno dopo nell'Istituto Superiore d'Arte del Teatro Colòn. Nel 1980, entra nel Balletto da Camera dello stesso Teatro, e nel 1981 interpreta due balletti come solista.
Nel 1982 inizia la sua carriera come primo ballerino nella Fondazione Teresa Carreňo di Venezuela, continuando poi a livello internazionale nel Teatro Municipale di Rio de Janeiro in Brasile.
A diciotto anni vince la Medaglia d'Oro nel 5° Concorso Internazionale della Danza di Mosca e balla come primo ballerino per il Coppelia al Teatro Colòn di Buenos Aires.
Nel 1986, su invito di Mikhail Barychnikov, diventa primo Ballerino dell'American Ballet Theatre e riceve il Premio Marìa Ruanota -Primus inter pares.
Danza con alcune delle ballerine più importanti al mondo, come Natalia Makrova, Carla Fracci, Cinthya Gregory, Nina Aniashvili e Noelle Pontois, formando inoltre, con Alessandra Ferri, una coppia paragonata dal NY Times alla leggenda Nureyev-Fonteyn.
Dopo aver fatto parte di numerose compagnie di ballo (Bolshoi, Royal Ballet, Stuttgart Baller e l'Opera di Parigi), nel 1990, Bocca realizza uno dei suoi più grandi sogni: fondare una sua compagnia. Inizialmente guidato da Lidia Segni, il Balletto Argentino debutta a Mar de la Plata ed è diretto dal 2005 dallo stesso Bocca.
Nel 1997, col coreografo Ricky Pashkus, fonda la Musical Comedy School e la Fondazione Julio Bocca, per promuovere i danzatori argentini nel mondo.
Seguono diversi spettacoli con la sua compagnia, caratterizzati dalla fusione dei generi; inoltre, Carlos Saura lo vuole per il film Tango del 1999.
Dopo la partecipazione nel 2000 al Millenium Day, nel 2001 Bocca presenta lo spettacolo Bocca Tango, per poi cimentarsi come attore, nel 2003, nello spettacolo "Una volta...un baule" di Carlos Gallardou. Nel 2004 presenta al Teatro Auditorio di Mar della Plata lo spettacolo L'uomo in cravatta rossa, con cui va in tournèe per gli USA.
Il 2005 è l'anno in cui annuncia l'abbandono delle scene per il 2007. Inizia così il saluto al numeroso pubblico: interpreta l'ultimo Don Chischotte al Teatro dell'Opera d'Argentina e balla col New York City Ballet "Todo Buenos Aires" di Peter Martins. Nel 2006, saluta l'American Ballet Theatre interpretando il Manon al Metropolitan di New York e portando in tournèe, insieme ad Eleonora Cassano ed al Balletto Argentino, lo spettacolo "Adios Hermano Cruel". Nel 2007, infine, con Julio Bocca Ultimo Tour e la ripresa di Bocca Tango, il grande artista argentino sta salutando il pubblico europeo.


-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma il 17/10/2007-

Nannarella, ritorna la delizia

Sarà perchè era la prima. Sarà perchè Nannarella ha sempre affascinato.
Fatto sta che ieri sera la platea della Sala Gassman del Teatro Orologio era piena per "Raccontare la Magnani", spettacolo di Mario Moretti con la regia di Annalisa Biancofiore.
Ad accogliere il folto pubblico, musica di sottofondo proveniente dal piccolo piano alla sinistra nel palco -suonato, così come la fisarmonica, da Alfredo Messina- e tre interpeti: Sara Platania, Elisa Pavolini ed Annalisa Biancofiore.
Non appena si spengono le luci, poi, entra lei, Anna Magnani/Priscilla Micol Marino.
Ed è sin da subito una delizia.
Poco più di un'ora di racconto sulla vita di una delle più grandi attrici italiane proietta lo spettatore non in una mera cronaca di fatti e persone, bensì in Anna presuntuosa, in Anna possessiva, in Anna donna e attrice, in Anna orgogliosa, ironica e talentuosa.
Tutte e quattro le interpreti sul palco compongono il quadro di questa fragile, grande, donna, intervallando il recitato con canzoni della rivista o celebri dell'epoca, piuttosto che storpiando le parole originali di un brano per continuare a raccontare cantando.
E lo fanno bene, anzi benissimo.
Nonostante il soggetto dello spettacolo sia uno solo, non ci sono primedonne o attrici che prevaricano per ruolo o bravura le altre interpreti; riproponendo le macchiette della rivista, facendo la femme fatale o la disperata amante in corsa dietro un camion, tutte e quattro rappresentano perfettamente le diverse anime e le diverse donne che era Anna Magnani.
Ecco dunque respirare tra le quattro mura della sala la vincitrice dell'Oscar (per Serafina Delle Rose nel film La rosa tatuata di Daniel Mann) e l'amante di Rossellini, la mamma del figlio adulterino Luca e l'attrice di teatro cui dicevano non essere abbastanza telegenica per fare del cinema. La stessa Anna che smise di chiedersi chi era suo padre quando ne scoprì il cognome - Del Duce- per non dover affermare in giro, in anni così complicati, di portare quel cognome temendo di essere scambiata per una fanatica fascista.
L'ottima regia della Biancofiore (tra le altre interpreti), scandisce un ritmo frenetico eppure non caotico, con scene ben suddivise ed intervallate alla perfezione con i momenti cantati; le luci illuminano la sola Anna del momento o l'intero spazio, facendo così apprezzare anche la minimale scenografia (curata da Massimo Tomaino) di persiane e finestre, occasionali spioncini o parterre d'eccezione nel mondo della Magnani.
Dopo "Raccontare Nannarella" del 1987 ed "Anna verrà" del 1997, Mario Moretti torna a raccontare questo personaggio mitico attraverso delle donne, sfidando la nota assenza - o quasi- di amicizie femminili della Magnani; eppure, forse, sono proprio le donne le uniche a poter capire davvero tutti i frammenti della sua esistenza. Partendo, come lei, dal teatro, suo grande e fedele amore, amato per quell'odore "di mortadella e muffa", per i suoi "colori stinti" ed il "sonoro del legno del palco".

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma il 17/10/2007-

Segni particolari: antidiva

Nata il 7 marzo del 1908 a Roma, Anna Magnani è l'antidiva per eccellenza.
Erroneamente considerata natìa d'Alessandra d'Egitto, la Magnani ci andrà di rado, in visita della madre, Marina Magnani, che lì aveva sposato un facoltoso uomo austriaco dopo aver lasciato Anna alle cure della nonna materna.
Spinta dall'amore per la musica trasmessole dalla nonna -che amava cantarle "Reginella"-, studia pianoforte e si iscrive al liceo; dopo un paio di anni, però, abbandona gli studi e frequenta la scuola di recitazione Eleonora Duse, diretta da Silvio D'Amico.
Ingaggiata nel 1928 dalla compagnia teatrale di Dario Niccodemi, la Magnani inizia a recitare per lo più la rivista, diventando poi soubrette nella compagnia di Antonio Ganduso. Spinta da questi, Anna inizia a recitare anche per il cinema ruoli marginali e poi, nel 1941, il primo personaggio di spessore, la bizzarra canzonettista di una compagnia di avanspettacolo, Loretta Prima, in Teresa Venerdì di De Sica.
Nel frattempo, il teatro l'aveva portata a calcare i palcoscenici con una compagnia d'avanspettacolo al fianco di Totò, mentre nella vita privata si era sposata col regista Goffredo Alessandrini. Minato dalla gelosia, il matrimonio finì presto, messo in crisi dall'amore per un noto e bell'attore dell'epoca, Massimo Serato, da cui ebbe anche il figlio Luca.
Dal 1941 continua a girare film ricoprendo parti di vario spessore, fino a che la grande occasione arriva nel 1945 con Roma città aperta di Rossellini, presto anche suo compagno di vita; la parte della popolana Pina le valse non solo fama internazionale, ma anche il primo dei suoi cinque Nastri d'Argento. Il secondo Nastro d'Argento lo vinse nel 1951 con Bellissima di Visconti, riconoscimento tuttavia non del tutto goduto a causa della fine della sua storia d'amore con Rossellini, innamoratosi della Bergman.
Ne 1955 Tennesse Williams scrive per lei la parte di Serafina nel film La rosa tatuata, di Daniel Mann; questa interpretazione le fa vincere l'Oscar come migliore attrice protagonista.
Gira un altro film negli USA e poi torna in Italia, dove lavora con Castellani, Monicelli e Pasolini per Mamma Roma. Negli anni '60 la Magnani torna al teatro, per poi intepretare se stessa in un piccolo cameo nel film Roma di Fellini del 1972.
Il 20 settembre del 1973, per un tumore al pancreas, muore nella clinica Mater Dei di Roma.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 17/10/2007-

10 ottobre 2007

Da Einstein a Moccia. 3 Metri sopra il cielo

C'era una volta E=mc2. Ma era Einstein, il 1905 e la teoria della relatività.
Poi, è arrivato il cellulare e i messaggini; i pochi caratteri disponibili hanno obbligato gli individui a contrarre la lingua italiana, generando nuovi acronimi. Sono nati, quindi, i vari TVB, TPT, le abbreviazioni e l'uso di simboli matematici e segni d'interpunzione al posto delle parole.
Federico Moccia poi, nel 1992, ha pubblicato "Tre metri sopra il cielo". Quando nel 2004 Luca Lucini ne ha fatto un film, oltre a lanciare come sex symbol Riccardo Scamarcio, ha coniato la formula 3MSC per abbreviarne il titolo.
Oggi, 3MSC è diventato anche un musical, che ha debuttato ieri sera al Teatro Olimpico di Roma, dove resterà fino al 4 novembre.
Platea piena di attori e adolescenti, che, sulla storia di Step -bullo dal cuore buono ma dall'aggressività incontrollata- e Babi -la figlia perfetta della borghesia romana- hanno sognato mentre percorrevano Corso Francia o Ponte Milvio, entrambi luoghi di loro gesti d'amore.
Nel ruolo di Step un Massimiliano Varrese dalla faccia troppo da bravo ragazzo per poter essere un buon "duro dal cuore tenero". Alcune canzoni, inoltre, fanno venire il dubbio siano cantate in playback; ma, si sa, le prime piogge portano anche i primi malori. Nei panni di Babi, Martina Ciabatti, sconosciuta ventenne che rimanda nel look alla Cuccarini dei tempi di Grease; quello che però di certo le accomuna è, almeno per ora, solo il colore dei capelli.
Di gran lunga superiori ai protagonisti, gli interpeti di Pollo e Pallina, rispettivamente i migliori amici di Step e Babi; Massimiliano Pironti e Nadia Scherani si sono distinti sia per le capacità attoriali che per l'ottima presenza scenica. Pironti, inoltre, è dotato di grande carisma e potenza vocale, fortunatamente in grado di destare un pubblico un pò assonnato già dopo pochi minuti dall'inizio dello spettacolo.
In molti, infatti, nel corso delle oltre due ore del musical, si sono dovuti assentare dalla poltrona; colpa, forse, dei molti dialoghi (ripresa fedele di quelli del libro), specie nella prima parte.
Se Carlo Spanò nei panni del papà di Babi ha favorevolmente colpito nel II atto, Chiara Sarcinella (la sorella di Babi, Daniela), Alberto Galetti (Schello) e Leonardo Di Minno (il Siciliano), sono state presenze piacevoli fino alla fine, così come Carlotta Cannata (nel duplice ruolo della mamma sia di Step che di Babi) e soprattutto Andrea Verzicco (Paolo, il fratello di Step).
Prodotto da Palazzo Irreale, il musical diretto da Mauro Simone non ha deluso solo per i due protagonisti; almeno nella prima parte, infatti, le coreografie di Anna Rita Larghi non sono state particolarmente degne di nota, sebbene abbiano rimandato alle movenze tipiche degli anni 80, periodo in cui è ambientata la storia. A giustificare i pochi passi, forse, la necessità di far mantenere il fiato ai cantanti-ballerini; tuttavia, il ricordo delle acrobazie dei cantanti d'oltreoceano fa venir meno qualsiasi indulgenza a riguardo.
Le scenografie di Gabriele Moreschi hanno eliminato Roma come sfondo della narrazione (ora diventato una qualsiasi metropoli italiana), e se i costumi di Paola Brunello erano perfetti, le musiche di Giovanni Maria Lori e Marcello De Toffoli di originale avevano solo i testi, dato che quasi tutti i brani avevano fraseggi musicali di altre note canzoni, italiane e straniere.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 10/10/2007-

08 ottobre 2007

Spazio

spazio,

io voglio,

tanto spazio

per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per

cantare crescere errare e saltare il fosso

della divina sapienza.

Spazio

datemi spazio

ch’io lanci un urlo inumano,

quell’urlo di silenzio

negli anni

che ho toccato con mano.

A.Merini, Vuoto d'amore

03 ottobre 2007

In sugo veritas

In un monologo che chiama in causa senza sosta un ipotetico pubblico, l'"uomo del sottosuolo" di I can't get no satisfaction ha debuttato ieri sera al Teatro Vascello, con gli attori della Compagnia Malasemenza diretti da Gaetano Ventriglia.
Dostoevskij è stato rivisitato dal regista-ideatore dello spettacolo, con espliciti riferimenti a fatti e persone del nostro tempo, voluti proprio a sottolineare quanto il sottosuolo, in qualche modo, appartenga ad ognuno di noi.
Sebbene non sia rispettato l'andamento dell'opera di Dostoevskij, il lungo monologo-racconto vibra della medesima follia e lucidità, intervallato da situazioni tragi-comiche, nel rispetto della chiave di lettura che Ventriglia ha voluto dare all'opera dello scrittore russo.
La scena è scarna; sul fondo un telo, a tagliare il palco per crearne uno spazio più intimo. Cinque sedie nere disposte a cerchio sono il sottosuolo di quest'uomo che si definisce malato, ipertrofico e cattivo, ossessionato dal sugo sui fornelli.
Metafora della sostanza delle cose, il sugo bruciato è la causa principale della sua iniziale invettiva contro il fidato maggiordomo Apollonio ed è anche, nella scena finale che svela l'antefatto da cui inizia lo spettacolo, la ragione per allontanare ed amare, con ostentato spirito vendicativo, Liza, una giovane prostituta scappata da una borghese famiglia di Lipsia.
Un affronto troppo grande, infatti, è quello che Liza ha fatto all'uomo del sottosuolo; portando a casa sua per cena il sugo, lo ha privato di quel ruolo di "incompreso-uomo buono-che prepara da mangiare ai suoi ospiti". E' anche per questo che Liza, dunque, deve essere punita; con l'ennesima squallida storia di sesso ed usura dei gesti le fa pagare il suo aver bene inteso il proprio dolore, privandolo, così, della necessità di lamentarsi della poca considerazione altrui.
Dopo il sugo, l'ossessione dell'uomo del sottosuolo è il cerchio, ossia la forma che ha voluto dare al suo mondo; sempre uguale a se stesso, il cerchio chiude il cerchio, lasciandolo felice e diperato prigioniero del proprio dolore.
Ciò che anima il suo agire è una volontà di godere l'umiliazione, unica possibilità per il suo genio incompreso di venire a contatto con gli "altri", sebbene egli non voglia ammetterlo; la sua diversità rispetto a quelli che definisce "tutto" è la ragione dei suoi falliti tentativi di eguagliarsi a loro, almeno nell'umiliazione e nel disprezzo di sè.
Alla fine anche Apollonio lo lascia solo, decidendo di abbandonare quel cerchio che strozza, se se ne riducono troppo le misure dei raggi.
Resta un uomo solo, affranto dalla sua solitudine e col desiderio di avere la porta di casa anche leggermente aperta..magari qualcuno, dalla strada, sentendo l'odore del sugo, potrebbe entrare a fargli compagnia.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma il 3/10/2007-

02 ottobre 2007

La visione del silenzio di Bahia. Caetano Veloso

Pedro Sà, Ricardo Dias Gomes, Marcelo Callado e Caetano Veloso.
L'intera platea della Sala Santa Cecilia dell'Auditorium di Roma non poteva chiedere di meglio per una serata dal sapore brasiliano ed americano allo stesso tempo.
Eh, già, perchè il cantautore di Bahia più famoso al mondo questa volta si è presentato al pubblico con un nuovo progetto, pubblicato lo scorso anno: Cê, abbraviazione di "vocè", che in portoghese significa "tu".
Ispirato principalmente dalle sue vicende personali -e soprattutto dal divorzio-, questo album è l'unico della sua infinita discografia ad esser composto interamente da canzoni scritte dal solo Caetano. Come a sottolineare anche che la scelta di esplorare vari mondi musicali osando uno stile che finora sembrava non appartenergli molto -fatta eccezione per la cover di Come as you are dei Nirvana, contenuta nell'album A foreign sound del 2004-, sia il suo modo per essere sempre un artista all'avanguardia, perennemente creativo e in continuo movimento.
Niente più, dunque, -o almeno non solo- canzoni a ritmo di samba, ma pura rivisitazione dell'elemento ritmico della samba e della bossanova, realizzata attraverso strumenti ad esse lontani, come la chitarra elettrica con distorsore.
Niente più ballate dal sapore nostalgico e doloroso, che si prestano alla sua voce così bella.
Sul palco di Roma, Veloso si è infatti presentato in jeans (giacca e camicia comprese) e solo le scarpe da ginnastica rosse a spezzare l'omogeneità del vestiario; occhialetti e capelli brizzolati e disordinatamente pettinati, aria da giovanissimo 65enne. E poi con il suo rock, con il suo progetto innovativo e coraggioso (al punto tale che dopo un paio di brani, mentre Veloso stava salutando l'affolata sala dell'Auditorium, è stato anche interrotto da uno spettatore nostalgico delle sonorità di Sozinho), coprodotto dal figlio Moreno.
Una versione velosiana di un album rock: ecco come si possono riassumere le due ore e mezza filate del concerto di Caetano Veloso a Roma.
Lui balla, salta, incita gli spettatori ad accompagnarlo con il battere delle mani, parla, ma soprattutto fa sognare. Dopo l'iniziale sbigottimento della platea, infatti, -abituarsi a questa nuova versione di Veloso è stato probabilmente un pò difficile per molti che erano seduti- Caetano ha incantato, come solo lui sa fare, con la sua straordinaria potenza vocale e con il suo sorriso, prodigato anche nei quattro bis che hanno definitivamente mandato a casa soddisfatti tutti i suoi ammiratori.
Fuse con le sue radici brasiliane, dunque, Veloso ha presentato delle canzoni in cui i Beatles, il rock degli anni '70 e il rock industriale prodotto negli ultimi decenni si sono mescolati a creare un affascinante unicuum. Inoltre, grazie alla collaborazione di Pedro Sà alle chitarre, di Ricardo Dias Gomes al basso e piano elettrico ed, infine, di Marcelo Callado alla batteria, Veloso ha oltremodo aumentato la confusione del pubblico; impossibile identificare tra i presenti chi fosse "il giovane cantante rock" e chi avesse contaminato chi nel fare musica.
Canta in portoghese Veloso, la voce della sua terra natìa e del ritmo che gli scorre nelle vene; esegue solo un brano interamente in inglese ed uno metà in inglese e metà in portoghese.
Abbraccia la sua chitarra classica, poi; si abbassano le luci e sul palco torna questo giovane uomo intristito dal pensiero di un amico che se n'è andato: Michelangelo Antonioni. Per lui, nel 2004, aveva scritto la colonna sonora del film "Eros" (l'episodio di Antonioni è "Il filo pericoloso delle cose") e con lui, nel 2000, aveva scritto un'elegia all'amore, pubblicata nell'album "Noites do norte".

" Visione del silenzio
Angolo vuoto
Pagina senza
parole
Una lettera scritta sopra un viso
Di pietra e
vapore
Amore
Inutile finestra"

Si riaccendono le luci, la batteria scandisce il tempo e Caetano ricomincia a ballare e cantare.
Del resto, a Bahia, la tristezza, paradossalmente, fa rima con allegria e musica.

-Pezzo pubblicato su www.lineamusica.it il 2/10/2007-

La favola in punta di piedi

"C'era una volta..."; ed inizia la favola.
La magia di questi giorni è quella de La Bella Addormentata di Charles Perrault. Il mondo delle fate è il Teatro dell'Opera, in Piazza Beniamino Gigli.
Ma le favole non sono solo raccontate a parole; la musica e la danza possono ben accompagnare fate, streghe, principi e principesse nel racconto degli incantesimi e dei sortilegi, della vittoria dell'amore e del bene.
Lo aveva ben intuito, del resto, Pëtr Il’ič TČajkovskij, che dopo il Lago dei cigni si cimentò nel musicare la storia della principessa Aurora, la cui prima rappresentazione fu nel 1890 al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo.
Non a mezzanotte, ma domani sera, però, l'incantesimo finirà; ultime due sere, quindi, per ammirare l'apprezzato balletto con le coreografie Paul Chalmer (direttore della Compagnia di Danza di Lipsia), sulla base di quelle di Marius Petipa, anche coautore del libretto insieme all'allora direttore dei teatri imperiali Ivan Vsevolozhsky. Danzato dal Corpo di Ballo del Teatro diretto da Carla Fracci ed accompagnato dall'Orchestra del Teatro -diretta dal Maestro Dieter Rossberg-, ha scene e costumi curati da Aldo Buti.
In scena dal 26 settembre, La Bella Addormentata ha riaperto trionfalmente l'autunno del prestigioso teatro romano, con un tutto esaurito nel fine settimana ed un'accoglienza entusiasta da parte del pubblico.
Merito sicuramente anche della presenza in scena della Fracci (nei panni della Fata Carabosse), che sottolinea come questa rappresentazione sia un omaggio a Margot Fonteyne, figura importantissima per la sua carriera di ballerina, oltre che indimenticata Aurora, nella versione del 1954 di Frederick Ashton.
Tra gli interpreti di Aurora e del Principe Florimondo, inoltre, nomi d'eccezione della danza internazionale: se questa sera il ruolo principale spetta all'etoile del Teatro dell'Opera Laura Comi, domani chiuderà il sipario Ashley Bouder, ventiduenne prima ballerina del New York City Ballett, mentre nei giorni passati Aurora è stata interpretata anche da Oksana Kucheruk, etoile dell'Opera di Bordeaux. Dopo il Florimondo di Tamas Nagy del Balletto Nazionale Olandese, questa sera sarà la volta di Thomas Edur dell'English National Ballet e domani quella di Jared Angle del New York Ballet.
Rappresentato anche nella passata stagione, il balletto de La Bella Addormentata presenta ora delle variazioni narrativo-coreografiche, come svelato dalla Comi; se da un lato il ruolo della Fata Carabosse è stato leggermente tagliato, dall'altro qualcosa è stato aggiunto al pezzo di Aurora prima del suo pas de deux con il Principe.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 2/10/2007-

Chi balla la Bella Addormentata?

Quando nel 1928 il ristrutturato Teatro Costanzi assunse la denominazione di Teatro dell'Opera di Roma, si decise anche di costuire un corpo di ballo interno al teatro. Venne, così, fondata la Scuola di ballo del Teatro dell'Opera, i cui primi direttori furono Ileana Leonidoff e Dimitri Rostaff, seguiti, tre anni dopo, da Nicoletta Guerra, ultima grande esponente del balletto italiano dell'800.
Con la direzione, nel 1934, di Boris Romanoff, il Corpo di Ballo dell'Opera acquisì diversi allievi; nel 1938, poi, la separazione tra la Scuola di Ballo -affidata alle sorelle Battaggi- e la Compagnia di Balletto, affidata ad Aurelio Milloss. Da allora si sono succeduti numerosi direttori, fino al 2000, anno in cui è stata nominata Carla Fracci.
Prima ballerina del teatro dell'Opera dal 2004 è Laura Comi; erede di Diana Ferrara -stella della danza congedatasi nel 1988- e da molti definita la nuova Fracci, ha ricoperto più volte il ruolo della Principessa Aurora.
In occasione de La Bella Addormentata, inoltre, numerosi i talenti chiamati a collaborare col Teatro dell'Opera. Prima tra tutte, colei che è stata definita "il futuro" dal New York Times: Ashley Bouder, ventiduenne etoile del New York City Ballet dal 2005. Apprezzata da pubblico e critica per le qualità stilistiche ed interpretative, la Bouder, cresciuta a Carlisle in Pennsylvania, è entrata nel 2000 nel New York City Ballett, riuscendo in pochissimo tempo a diventare la star del teatro del Lincoln Center. Anch'egli nato in Pennsylvania (ma ad Altoona), Jared Angle, dopo esser diventato solista del New York City Ballett nel 2001, ne è il primo ballerino dal 2005. Nato in Estonia da madre russa è invece Thomas Edur, ballerino dell'English National Ballett, definito dai giornali inglesi (non molto teneri in genere!) "avente le sembianze di un dio" per la sua perfezione tecnica ed il carisma scenico. Ungherese di Budapest è Tamas Nagy, primo ballerino del Balletto Nazionale Olandese dal 1999, mentre ucraina è, infine, Oksana Kucheruk, etoile dell'Opera di Bordeaux, lo scorso anno apprezzata a Roma per il Romeo e Giulietta e per la Giselle.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera di Roma del 2/10/2007-